venerdì 5 agosto 2011

23/7

Madrid, mezzogiorno. A plaza del Sol la gente costruisce e aggiusta cose. Si preparano l'amplificazione, la cucina sociale, il media center e tutto quello che servirà per la festa di stasera, che darà il benvenuto alle "marce indignate" che nell'ultimo mese hanno percorso tutta la Spagna, partendo da 15 città, per arrivare qui oggi, alle 21. Il banchetto informativo espone una decina di petizioni diverse. I ragazzi di plaza del Sol, quelli di plaza Catalunya, e le assemblee di tutta la Spagna hanno prodotto documenti di solidarietà al il movimento siriano, contro l'aumento dei tagli alla sanità,contro la venuta del papa a spese pubbliche, contro la repressione e per chiedere le dimissioni del capo della polizia catalana. La gente discute, parla, si informa. Chi prima, chi dopo, firmano tutti. La piazza è piena di installazioni, stencil e cartelli, la stazione della metropolitana, ricoperta di disegni.
Nel giro di pochi minuti finisco, non so bene come, a gonfiare palloncini da attaccare in giro, nella tenda delle informazioni. Qui Pedro, sulla trentina, racconta di essere arrivato a Madrid camminando. Dal Messico. "Todo caminando, nemo problema,solo àlguno à la frontera con los Estados Unidos"… e poi nessun problema, dice. E' orgoglioso di non aver mai viaggiato con un passaporto.
"That Mexican is really crazy" bisbiglia Diego, anche lui messicano, l'unico a parlarmi in inglese, forse per esibire la sua pronuncia impeccabile. Ha diciott'anni, si è appena diplomato ed è in viaggio per l'Europa. Anche lui ha fatto qualche giorno di cammino dal Nord, poi ha cambiato itinerario, ora è di nuovo con il movimento.

"Com'è possibile che una compagna così bella non parli spagnolo?"
un signore con i capelli bianchi mi si rivolge in un'italiano strano, senz'accento. "E lei com'è che parla italiano?"
Viene fuori che ha lavorato per 6 mesi alla Fiat di Torino. "Io non mi spiego perché in Italia non vi ribelliate, con quel mascalzone là!" Sentirò questa domanda un centinaio di volte e in almeno 4 lingue diverse, nei prossimi giorni. Del movimento dice che è importante perché sta trasformando le coscienze, che i sistemi cambiano davvero solo se cambiano le idee e le persone, altrimenti si avranno sempre, qualunque sia il sistema, pochi che comandano e molti che obbediscono. Poi inizia a raccontarmi del suo "fratello e compagno" Palmiro Togliatti. Parla come parlano gli anziani, come se avesse fretta di spiegarmi, nell'arco di un monologo, tutto quello che ha imparato da 60 anni di vita.

A Parque Norte si accolgono gli internazionali.Gli attivisti hanno preparato un banchetto e danno da mangiare a tutti. Prendo una pesca e mi siedo sotto un albero. Conosco Cino, basco, che mi racconta di essere stato in Val di Susa il 9 luglio, contro la Tav. -Anche nel paese basco i cantieri sono stati bloccati più volte, dice, grazie al movimento.

Il Parco ospita, oltre agli internazionali, le assemblee di diversi barrios e paesini della periferia nord di Madrid. Ogni bario ha almeno uno striscione, ma nessuno ha portato bandiere. L'assemblea si svolge rapidamente, con il metodo assembleario svelto e orizzontale che usano qui, fatto di linguaggio dei segni e interventi brevi. Un ragazzo mi mette a disposizione un sacco a pelo e un materassino. Facciamo una colletta per la benzina del camioncino e partiamo in corteo verso Plaza del Sol. Da qui siamo pochi,ma in giro per Madrid ci sono un sacco di concentramenti. Il paseo de la Castillana, che congiunge Madrid Nord al centro, è pieno di banche e uffici. Alle porte delle banche si grida "Colpevoli" per due minuti, poi si va a bloccare il traffico. Molti suonano il clacson in segno di approvazione. Un bus turistico a due piani si ferma e fa salire due ragazzi, che calano uno striscione dal secondo piano, tra gli scatti dei turisti giapponesi: "rise up for the global revolution".

Se non c'è nessuna fiducia nei partiti, sembra invece esserci almeno una speranza, da parte di tutti, nel movimento. Gli slogan e i cori danno il senso della sua carica positiva: al "noi la crisi non la paghiamo" coniato in seno alla crisi del 2008, che pure si canta spesso, segue spesso un più lucido "no es la crisis es il sistema!", ritorna il sempreverde " el pueblo unico jamas sera vencido" ma ci sono anche tante canzoncine buffe sui banchieri, giochi di parole, cori divertenti. Camminiamo per ore sotto il sole e, mano a mano che avanziamo verso il centro della città, ci uniamo ad altrii gruppi.

A Sol non so dire quanti siamo. Decine di migliaia, forse centinaia, è inutile provare a fare stime. La lunga marcia, gli zaini pesantissimi, i cartelli colorati, la totale assenza di bandiere e tutto quello che significa mi fa apparire questa manifestazione come la più grande che abbia mai visto, anche se non necessariamente la più numerosa.

L'assemblea, con i suoi interventi po' trionfalisti, ma sinceramente ispirati, sembra una festa. Tutti gli interventi sono tradotti in linguaggio dei segni. La piazza è stracolma, eppure c'è chi si lamenta che siamo pochi. Intervengono tanti ragazzi delle marce di tutta la Spagna, e poi due ragazzi Saharawi, interventi in streaming da mezza europa. Quando prende la parla Niki, una ragazza greca, che è venuta fin qui per la manifestazione, si leva un grido dalla piazza "Grecia somos todos!". Interviene anche un poliziotto, Javier, "a suo nome e soltanto a suo nome".

"Nonostante il nostro lavoro, anche noi siamo indignati, e vi sosteniamo!" dice. La gente sembra commossa, e improvvisa un coro "Polizia, unisciti".

Urko, 21 anni, jeans stretti e cresta punk, o punki, come dicono qui, mi dirà poco dopo che questo intervento gli è sembrato importantissimo. "Prima del 15m credevo che tutti i poliziotti dovessero morire. Capito che dico, che stessero meglio così...(mima un'impiccato). Ora credo che possano anche cambiare. O cambiano oppure dovremo ammazzarli tutti!
Però meglio che cambino".

(sigue...) https://n-1.cc/pg/blog/read/605203/237


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